Cresciuti del 28% i licenziati disciplinati con il Jobs Act

La consulente del lavoro: “L’aumento registrato dall’Inps non è dovuto tanto alla legge in sé, quanto all’abuso che ne viene fatto”

L’Osservatorio sul precariato dell’Inps ha registrato un’innalzamento dei licenziamenti disciplinari dall’entrata in vigore del Jobs Act, cioè da marzo del 2015.

Nello specifico i licenziamenti sono aumentati del 28 per cento nei primi 8 mesi di quest’anno. Per capire se sia una conseguenza della riforma, La Stampa ha messo a confronto storie di lavoratori che quest’anno hanno perso il lavoro.

Il Jobs Act rappresenta un forte deterrente nelle relazioni aziendali e ciò ha indubbiamente provocato un cambio di paradigma – spiega l’avvocato Giorgio De Stefani che da trent’anni a Roma offre assistenza legale civile anche nel diritto del lavoro -. Con l’introduzione delle nuove norme, nel mondo del lavoro è mutato il clima psicologico-culturale. Soprattutto in aziende medio-grandi in crisi, nelle situazioni nelle quali prima si soprassedeva o si cercava una mediazione, adesso il datore di lavoro è più portato ad andare per le spicce perché dispone dello strumento tecnico per poterlo fare. Si tollera di meno, specie se non c’è un rapporto di conoscenza col dipendente“.

Dall’indagine è emerso che sono cresciuti soprattutto i licenziamenti per ragioni disciplinari. E per i nuovi assunti niente reintegra nel posto di lavoro in caso di ingiusto licenziamento. “L’aumento registrato dall’Inps non è dovuto tanto alla legge in sé, quanto all’abuso che ne viene fatto“, sottolinea la consulente del lavoro Monica Melani. In un anno i licenziamenti per giusta causa e giustificato motivo soggettivo sono passati da 36.048 a 46.255, con un aumento appunto del 28 per cento. Intanto i sindacati ricevono molte richieste di aiuto e i tribunali si riempiono di ricorsi.

Il primo caso analizzato da La Stampa è quello di Domenico Rossi, che per 35 anni ha lavorato come ausiliare alle vendite e cassiere al supermercato Carrefour di via XXI settembre, nel centro di Roma. Mai richiami, contestazioni o situazioni di conflitto fino allo scorso 3 giugno, quando è stato licenziato. Secondo l’azienda “è stato sorpreso, con merce non regolarmente acquistata, nell’atto di lasciare il punto vendita”. Eppure, racconta Rossi, “quando i poliziotti hanno visionate le immagini delle telecamere interne, non hanno trovate niente di irregolare”. Infatti, aggiunge, “come facciamo sempre noi dipendenti, ero passato dietro le casse per evitare la coda dei clienti, ho pagato tutto e alla vigilanza che mi ha fermato ho mostrato lo scontrino della spesa che avevo nella busta”. Continua: “Mi hanno perquisito e lasciato in piedi per due ore davanti ai clienti che passavano, poi mi hanno ripetuto più volte che l’unica cosa che mi restava da fare era presentare immediatamente le mie dimissioni per non andare incontro a conseguenze peggiori. Possono fare una cosa del genere?”.

L’azienda ha contestato al signor Rossi di aver abbandonato nel supermercato confezioni di cibo aperto e di non aver pagato due prodotti. Carrefour assicura di non licenziare con leggerezza e che contro il dipendente ci si è basati “esclusivamente su quanto comprovato dalle risultanze aziendali”.

Situazioni simili sono state riscontrate in tutta Italia. “Non vengono spalancate indiscriminatamente le porte d’uscita, né si assiste a esodi di massa, ma senza lo spauracchio della reintegra molte aziende medie e grandi si arrischiano in licenziamenti che prima del Jobs Act avrebbero evitato“, afferma Giovanni Guizzardi, consigliere dell’ordine dei consulenti del lavoro di Bologna. Il cinquantenne Antonio Ettore Ambrosini per 28 anni ha lavorato come cameriere ai piani e poi come maitre d’hotel in uno storico albergo di Roma, il Victoria, a due passi da via Veneto.

In seguito alla separazione della moglie nel 2011 aveva usufruito di 6 mesi di aspettativa non retribuita per un esaurimento nervoso. “Tornato in servizio non ho più avuto problemi finché, nell’ultimo periodo, il nuovo direttore dell’hotel mi ha preso di mira rimproverandomi pubblicamente per qualunque cosa, anche per come disponevo le tazze sui tavoli della prima colazione. Per il continuo stato di stress e di ansia ho avuto un collasso sul lavoro e sono stato soccorso da un’ambulanza“. Ad agosto è stato “licenziato e liquidato con il Tfr e con due buste paga da 1400 euro: l’azienda sostiene di avere testimoni per dimostrare che sono stato trovato ubriaco in servizio e che mi sono addormentato mentre aspettavo le ordinazioni ai piani“. Ma “non è vero“, protesta, “dovevano tagliare il personale e le spese, così sono finito io nel mirino“. Ambrosini poi si commuove: “Ora tiro avanti con il trattamento di fine rapporto che mi stanno pagando in tre tranche, ho sempre pagato gli alimenti per mia figlia. Mi hanno tolto il lavoro, la dignità. Al momento della contestazione mi sono sentito male e sono stato licenziato durante malattia, cosa che non si può fare. L’azienda sostiene che il licenziamento per giusta causa supera anche il divieto di cacciare un lavoratore mentre è malato“.

L’econimista Giuliano Cazzola, esperto di lavoro e previdenza, commenta le due vicende: “Rossi è accusato di furto e Ambrosini di ubriachezza in servizio: mancanze gravi se accertate, ma in entrambi i casi i datori di lavoro sembrano avere prove piuttosto labili“. E ancora: “Nel Jobs Act c’è uno scambio tra contratti più stabili e minore rigidità nella risoluzione del rapporto di lavoro. Finora i giudici sono stati di manica larga anche di fronte a responsabilità vere dei lavoratori“.

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