L’Italia deve stare attenta alla Bce: torna in deflazione

In ottobre -0,1% i prezzi, mentre in Europa il carovita risale. E se Draghi suona la ritirata dal Qe sono dolori
L’Italia ripiomba in deflazione. Colpa dei prezzi dell’energia, ma anche di un carrello della spesa che continua a riflettere consumi fiacchi, da cinghia tirata.

Un problema nazionale, certo, ma che se non verrà risolto nei prossimi mesi potrebbe causare ulteriori grattacapi. Soprattutto al Tesoro nel momento in cui la Bce di Mario Draghi comincerà a suonare la ritirata dal quantitative easing, il piano di acquisto titoli. Potrebbe essere solo questione di qualche mese, visto che nel resto dell’eurozona il carovita manda segnali di risveglio (+0,5% questo mese) pur restando ancora distante dal target del 2% fissato dall’Eurotower. Ma non si può escludere che alla fine del primo trimestre 2017 la marcia di avvicinamento sia stata completata.

Il nostro Paese deve invece fare i conti con un’inflazione tornata in ottobre sottozero su base annua (-0,1%), mentre rispetto a settembre la variazione è stata nulla. L’Istat individua nel calo dei beni energetici (-3,6% da -3,4% di settembre) il principale responsabile della frenata, ma ha pesato anche il calo dello 0,3% annuo dei prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona. Ovvero, il cosiddetto carrello della spesa, il termometro più immediato per tastare il polso dei consumi privati. Confcommercio è infatti preoccupata: «È ormai certo che anche il 2016 si chiuderà, come i due anni precedenti, con un’inflazione praticamente nulla». Quello di Coldiretti è un vero e proprio grido di dolore: «La deflazione ha effetti devastanti: le quotazioni del grano duro sono crollate del 38% e il latte viene pagato quasi come l’acqua minerale al supermercato». Federconsumataori e Adusbef temono inoltre gli effetti che sarebbero prodotti da un eventuale inasprimento dell’Iva: «Aumenti – spiegano – che, per una famiglia tipo, comporteranno ricadute a regime di +782 euro annui a famiglia». Con un prevedibile crollo delle spese.

I guai peggiori potrebbero però arrivare se la Bce cominciasse a stringere i cordoni della borsa. Draghi ha detto chiaramente che il Qe continuerà fino alla scadenza naturale del marzo 2017 e, se ce ne sarà bisogno, anche oltre. Il problema, tuttavia, è che l’ex governatore di Bankitalia non potrà giustificare un prolungamento degli aiuti se l’obiettivo di inflazione sarà stato centrato o quasi acquisito. La Germania e i Paesi del Nord alleati non aspettano altro: anche solo un mezzo passo falso basterebbe per rivolgere a Draghi l’accusa di voler aiutare i Pesi più indebitati. In ogni caso, le aspettative di un rialzo dei prezzi al consumo più rapido del previsto da parte dei mercati hanno già inciso nei giorni scorsi sul rendimento dei titoli di Stato, con i tassi sul Bund decennale saliti allo 0,2% e quelli del Btp a 10 anni all’1,60%. Con l’esclusione di quelli giapponesi (Tokio è ancora impantanata nella deflazione), la risalita riguarda un po’ tutti i bond ed è anche l’effetto di uno spostamento degli investitori verso titoli agganciati all’inflazione. Prova ne è il fatto che solo la scorsa settimana 1,1 miliardi di dollari sono stati piazzati sui bond inflation-link.

Bisogna poi mettere in conto che anche solo un progressivo rallentamento degli acquisti da parte della Bce esporrebbe l’Italia al rischio di un surriscaldamento degli spread, finora tenuti sotto controllo grazie allo scudo del Qe. Un rischio che il Tesoro non può correre, soprattutto se la deflazione dovesse rendere oltremodo onerosa la spesa per interessi.

Fonte

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*