Sicilia: candidature a rischio, il balletto delle coalizioni

 

La ridda dei nomi, il balletto delle coalizioni. E le cose da fare? Nessuno ne parla. Ma tutti scrivono programmi.

Tra due mesi e un pezzetto si vota per eleggere presidente e parlamento della Regione. E decidere, insomma, di come saranno i prossimi cinque anni della Sicilia. Perché siamo certi che tutti voi che leggete quest’articolo avrete ormai le idee chiarissime su quali idee, programmi, ricette, i partiti che si apprestano a chiedervi il voto vogliono proporre ai siciliani. Certo, come no.

A due mesi dal voto non si fa altro ancora che parlare di nomi e di coalizioni. Del nome che può unire, di quello che aggrega o di quello che disgrega, della a gara chi ce l’ha più lunga la discontinuità da Crocetta. E ancora di quanto sia moderata o estremista o variegata alla panna questa o quella coalizione, di come possano stare insieme Alfano e Bersani o Casini e Salvini e via discorrendo. E così i giorni passano, con un centrodestra che sfoglia la margherita facendo il m’ama non m’ama tra Armao e Musumeci, incerto come il tizio della vecchia pubblicità che non sapeva decidere tra liscia o gasata (o col pizzo, nella fattispecie). E il centrosinistra che ormai non sa più che inventarsi per riempire le pagine dei giornali con svarioni al limite della scenetta dei fratelli Marx, per chi ne conserva memoria. Intanto, i grillini girano la Sicilia da un pezzo in fuga, cercando, forse per tenere vivo il pathos della competizione, di farsi lo sgambetto da soli a suon di gaffe e uscite improvvide.

E la Sicilia? Quisquilie. L’Isola, a destra come a sinistra, è un fantasma. Ridotta alla quinta di una scena teatrale dove si combattono partite che guardano a Roma e alle prossime Politiche, evaporata nelle alchimie delle alleanze e dei veti incrociati.

Non ditelo ai politici, per carità. Loro vi diranno che stanno lavorando tutti a strepitosi programmi. C’è chi gira casa per casa dopo avere attrezzato fior di pensatoi per una candidatura che non è mai arrivata, vedi Davide Faraone, c’è chi ha scritto un manifesto come Gaetano Armao, che in questi giorni lo illustrerà ai siciliani, c’è chi come Leoluca Orlando ha messo su un mini-think tank delegando la stesura di punti programmatici a una vecchia conoscenza della politica come il moroteo doc Rino La Placa. E poi c’è Alternativa popolare di Alfano, che da settimane annuncia l’imminente esposizione di un signor programma per la Sicilia, a cui si lavora alacremente. Chissà come cambierebbe il programma in base all’accordo con destra o sinistra. E chissà quali sfumature diverse avrebbe a seconda del prevalere di uno dei tre papabili centristi: più agricolo quello di La Via rispetto a un più clinico di Dore Misuraca? Non lo sapremo mai, pare, visto che il candidato salvo sorprese sarà Fabrizio Micari. A proposito: che idea di Regione ha il magnifico rettore? Prima o poi lo apprenderemo. Anche Roberto Lagalla da un pezzo lima un programma con contributi di fior di accademici, nella speranza però che qualcuno da una parte o dall’altra se ne accorga. E ci sono ovviamente i grillini, con le loro proposte che Cancelleri, Di Maio e Di Battista stanno spiegando qua e là tra una nuotata e una battuta sull’abusivismo di necessità e altre facezie.

Eppure, questi fiumi di parole passano del tutto in secondo piano e sembrano praticamente ininfluenti in queste rocambolesche giornate. Che vedono sempre più ingarbugliati i debolissimi partiti alla caccia del “nome”. E solo di nomi si parla, tra vecchi rancori e veti, altro che di programmi, al momento di fare una scelta. Scelta che poi, alla fine, matura a Roma, dove i problemi veri della Sicilia rimangono un vago concetto, del tutto secondario e sfumato. Un fantasma, appunto.

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