In Sicilia non cambia mai nulla Siamo un’eterna Prima Repubblica

L’Isola è la perfetta metafora della irriformabilità. Che non è solo una cosa nostra. Come dice la foto.

Questa foto in bianco in nero racconta, con spietato nitore, il destino di una crisalide che non diventò, né mai diventerà, farfalla.

C’è Alcide De Gasperi sullo sfondo, in una posa monumentale e – ça va sans dire – pienamente degasperiana. Ma, soprattutto, campeggia un giovanissimo Giulio Andreotti, ancora un bambino politico, con un sorriso all’odore di zolfo che prepara la didascalia per i giorni a venire. Sorride, il Divo Giulio, e sembra dirci: “Affannatevi pure, vagheggiate il cambiamento. Malediteci, maledite noi, quelli della Prima Repubblica, quali incartapecoriti simboli del crisma dell’immutabilità; tanto vi accorgerete di essere presi nel sortilegio di un gioco dell’oca che prevede il sempiterno ricomincio dalla casella di partenza. Ciò che noi siamo, voi sarete. Perché – e davvero ve ne accorgerete – siete irriformabili”.

Irriformabili: ecco la dura condanna, l’oste con cui fare i conti delle rivoluzioni infrante. Abbiamo gettato la Prima Repubblica nel cassonetto della storia che non conosce rimpianti. La Seconda è tramontata con Berlusconi, che ne fu l’ostetrico. Adesso – vagando in attesa di qualcosa che non c’è – prendiamo coscienza di quella didascalia a futura memoria: siamo al punto iniziale, stretti in un ingranaggio obsoleto che non abbiamo avuto il coraggio di scardinare, gravati dal caos di chi non ha memoria, né domani.

‘Irriformabile’ è l’aggettivo che combacia con le novelle di casa nostra, grandi o piccole che siano, locali o nazionali. Sotto ogni pietra, dietro ogni rimorso, spunta un esempio lampante, la dimostrazione del teorema.

Prendiamo la vicenda della Sanità siciliana: da poco è stato presentato una pianificazione di rete ospedaliera che si riassume nel motto todos caballeros, intessuto principalmente di promozioni e salvaguardie del già visto. E’ sul serio una riforma, qualcosa che modificherà la qualità dei servizi offerti ai cittadini? Stringendo all’osso: quando, e se, verrà applicata, avremo ospedali più accoglienti, medici messi nelle condizioni di lavorare, infermieri meno stressati e un’assistenza, finalmente, dal volto umano? La risposta è: no, aggiungiamo un ‘presumibilmente’ per carità di patria, sperando di ricevere la smentita dei fatti.

Quell’intreccio di riposizionamenti somiglia piuttosto a una scatola vuota, a un risciacquo di nomenclature che mantiene le cose come sono, riverniciandole appena un po’. E si capisce benissimo – dall’esultanza di corporazioni e affini – quale sia la portata squisitamente politica di una bozza che ratifica un fallimento già ratificato, il profilo di una Sanità sminuzzata, suddivisa per ragionamenti di bottega, tradita dalla folla, dal dolore, dalle barelle promosse a lettiga che sono il suo companatico quotidiano.

Ma provate a dismettere il più scalcagnato e malmesso punto di primo soccorso in uno sperduto paesino di montagna, chiedendo un sacrificio in nome di un’organizzazione più plausibile: la popolazione insorgerà e scenderà in piazza, preferendo il pericolo a portata di mano a strutture sicure un po’ più in là. Come potrebbe esserci, allora, un’inversione di rotta senza qualche rinuncia, senza l’ardimento di scelte impopolari? Ecco l’incrocio perverso della irriformabilità in cui convergono la politica con la sua ricerca di consenso purchessia, i sindacati con i loro interessi e il ‘gregge’ dei pazienti che poi continueranno a lamentarsi e a incamminarsi verso il mattatoio da loro stessi condiviso e promosso.

E quando non sono le popolazioni indigene a protestare, piomba sulla scena – siamo ancora in tema di Sanità – il fantomatico Tribunale amministrativo regionale per mantenere la conservazione di un paesaggio ammuffito con un tratto di penna. E’ accaduto con i laboratori di analisi, una catastrofe di scuola. Proprio il Tar ha, infatti, ‘congelato’ le novità stabilite dall’assessorato, generando un pastrocchio a catena. “Tra ricorsi, ordinanze di sospensione, sentenze nel merito, nuovi ricorsi e nuove sospensive – ha scritto il nostro Accursio Sabella – potrebbe venire fuori una trama al limite del grottesco. Dall’entrata in vigore del nuovo tariffario, passando per l’obbligo dei piccoli centri di consorziarsi, è tutto un viavai di carte dal tribunale. Le ultime, quelle che hanno stoppato il decreto di Gucciardi per la “fusione” dei laboratori. Altro giro, altra corsa”. Irriformabili, sì: iniziando dagli eventi concreti che confermano l’ipotetico anatema andreottiano.

Osservando, per contrappasso e confronto, un panorama più generale e ambizioso, il ritornello non cambia. Prendiamo, ad esempio, i tentativi abortiti di una profonda riforma della giustizia da cui si pretenderebbe solo qualche grazia elementare. Sintetizzando: che i diritti di indagati e imputati siano effettivi, che venga calmierato l’abuso della custodia cautelare, che ci sia una vera parità tra accusa e difesa, che i giudici capaci abbiano il riconoscimento della loro eccellenza e che i magistrati incapaci – colpevoli di avere condannato, mascariato e infine distrutto con qualche sentenza un po’ originale un innocente che transitava nei loro paraggi – siano relegati alla fotocopiatrice. Semplice, no?

Eppure, ogni volta che soltanto si parla di aggiustare le storture di ciò che, evidentemente, non va, subito insorgono i battitori liberi, i difensori della famosa indipendenza delle toghe. C’è sempre un’Associazione Nazionale dei Magistrati che grida al complotto liberticida. C’è sempre un Dottor Davigo che si ribella. C’è sempre la carica furibonda dei giornali ‘fiancheggiatori’ delle procure che premono sul pedale della svolta autoritaria, fino a rendere i più ghiotti propositi labili come cenere di cenere. E’ accaduto perfino con l’ultimo tentativo renzista che giace, tramortito, in Parlamento, ed era una pallidissima riscrittura all’acqua di rose.

Irriformabili: dall’ultimo dei punti nascita al massimo dei sistemi, dalla prassi delle pietruzze minute, alla filosofia degli ordinamenti. Altri casi sovrabbonderebbero, però è forse già sovrabbondante fermarsi qui.

Del resto, lo scorso 4 dicembre ha reso intellegibile, oltre ogni dubbio, il canone dell’immutabilità. La cosiddetta riforma costituzionale Boschi era scritta maluccio. Il rottamatore Renzi non incantava quasi più nessuno. Tuttavia, le proporzioni di un ‘No’ urlato, più che depositato nell’urna, rimandano allo scatto in bianco e nero, alla copertina di De Gasperi e Andreotti, alla prosopopea di un vecchio che si mantiene e sopravvive, coprendosi col nome del nuovo.

La morale è agra. Non riusciamo a cambiare mai, nemmeno per sbaglio, con buona pace del celebratissimo Cnel – il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, un aggeggio che porta il marchio più verace della Prima Repubblica, salvato dal referendum – e dei brindisi e dei calici metaforici che si saranno levati in quelle austere sale alla notizia del pericolo scampato. Cin cin, Divo Giulio.

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